Intervista a Enrico Amiotti

La Fondazione Enrica Amiotti oggi

NOVEMBRE 6 2020

QUAL È STATA LA SUA ESPERIENZA DURANTE QUESTI ANNI PASSATI LAVORANDO CON LA FONDAZIONE AMIOTTI?

Il mio impegno nella Fondazione Amiotti è stato un impegno crescente, cominciato nel 2006, quando sono stato nominato Vice-Presidente delegato e grazie a questa responsabilità ho deciso di impegnarmi, prima molto part time e negli ultimi quattro, cinque anni, quasi full time in questa Fondazione che è intitolata a mia mia zia Enrica, la zia maestra, raffigurata qui dietro. Questo è un quadro che mio zio Luigi, il fondatore di F.E.A. ha fatto dipingere.

 

Diciamo che l’ho fatto per un interesse crescente nel mondo dell’educazione, soprattutto dell’educazione dei piccoli, perché credo che l’educazione sia un tema centrale per la crescita civile e anche politica di ogni paese e diciamo che la scuola è stata messa troppo in ombra in questi ultimi anni, anche dal Ministero, quello che si chiamava una volta Ministero della Pubblica Istruzione: c’è stata poca enfasi sulla formazione dei docenti.

 

Anche adesso in tempo di COVID quello che vediamo è che i bambini sono messi tra parentesi: si parla di banchi con le rotelle, ma non di pedagogia.

 

E quindi grazie anche alle mie esperienze personali, ho proposto di far concentrare,  d’accordo con il Consiglio di Amministrazione, la nostra Fondazione in quattro aree negli ultimi cinque anni, che sono state: l’educazione alla bellezza che,  in maniera quasi rinascimentale o classica, è la fusione, l’integrazione tra la musica e le arti da un lato e la matematica e le scienze dall’altro.

 

Una seconda area è stata l’educazione al benessere o allo star bene a scuola, veramente per tutti, per gli insegnanti, per i bambini e i ragazzi, ed è qualcosa su cui puntiamo molto adesso nel prossimo triennio in questa epoca del COVID.

 

La terza area sarebbe l’educazione all’impegno alla cittadinanza attiva su cui abbiamo sviluppato il nostro progetto JUNECO, di economia etica e sostenibile, il tema della project management per bambini che ci ha dato molte soddisfazioni e, infine, la quarta area che stiamo strutturando in questi anni è quella dell’educazione alla condivisione quindi la messa in rete delle esperienze e delle persone che fanno la scuola.

 

Abbiamo cominciato con il modello educativo RINASCIMENTE cinque anni fa e ora da due anni a questa parte ci siamo concentrati sul tema delle comunità educanti, in cui la scuola, in particolare gli istituti comprensivi in Italia, che sono presenti in tutti i comuni italiani, diventano un polo socio-educativo che connette le associazioni del territorio, gli enti locali, le fondazioni, ma anche il tessuto imprenditoriale, soprattutto delle microimprese e delle imprese artigianali. In particolare la pietra angolare di questa idea di Comunità Educanti è una metodologia che si chiama service learning . Fondamentalmente si tratta di aiutare i ragazzi e anche gli insegnanti a testare e a sviluppare le proprie competenze di vita ma, anche competenze hard  legate ai contenuti, facendo qualcosa di utile per la comunità. Quindi abbiano fatto dei corsi in questa direzione con molta soddisfazione con il professor Fiorin che, tra l’altro, è il massimo esperto di service learning in Italia.

Allora questo è un po’ quello che stiamo facendo, punteremo molto sulle comunità educanti anche ispirandoci all’idea di comunità che aveva Adriano Olivetti. Io in Olivetti ho fatto il mio primo lavoro, mentre il Vice-Presidente Lamborghini della nostra fondazione ci ha passato quasi una vita intera.

Adesso vogliamo che ciascuna delle nostre comunità educanti (ne abbiano in totale diciotto e ne stiamo aggiungendo altre due in provincia di Cuneo), soprattutto quelle più attive, diventino un polo di competenza di un particolare metodo didattico, di una particolare esperienza e che poi la diffonda nelle altre comunità.

 

Quello di cui  parleremo nel nostro Convegno del 3 dicembre, metteremo sotto i riflettori tre, anzi quattro comunità educanti, ne cito soltanto due: l’istituto Tommaseo di Torino sarà il nostro polo per la Web Tv fatta dai ragazzi per fargli diventare reporter e attivisti sociali e ambientali; quindi vogliamo poi che questa WebTV poi venga gemmata e si diffonda nelle altre comunità educanti e noi coglieremo, fior da fiori, i contenuti in  RINASCIMENTE TV.

 

La seconda è nel convitto di Novara, il FabLab, quindi diciamo un artigianato digitale, con le stampanti in 3D e non solo. Per esempio a Loreto Aprutino, in tutta l’area collinare, in provincia di Pescara, vogliamo puntare molto sulla didattica al territorio, sul territorio, del territorio, in stretta connessione, per esempio, con un’ Associazione diffusa in tutt’Italia, che è la Coldiretti, quindi anche col tema del benessere, degli stili di vita, dell’alimentazione corretta.

DOVE VEDE LEI LA FONDAZIONE IN FUTURO? DOVE VORREBBE PORTARLA?

Ma credo che  saranno due assi che stiamo condividendo con tutto il CdA. Il primo asse l’ho già citato è questo delle comunità educanti, e ho un sogno, adesso sono diciotto, venti ma è quello di poter arrivare a cento comunità educanti molto attive, molto presenti e con un forte impatto sul territorio di qui al 2030.

Il secondo asse è quello dell’ internazionalizzazione, che è stata una delle prime cose che ho fatto da quando son diventato presidente nel giugno scorso.

Vogliamo definire degli accordi con altre Associazioni nel mondo, ne abbiamo iniziati per esempio  esempio con l’India, l‘Europa, la Scandinavia, la Francia, per portare contenuti legati alle STEM, alla consapevolezza al benessere a scuola e abbiano un progetto a cui sono molto affezionato, e che ci ha fatto…, che è nato dal 50esimo della nostra Fondazione, si chiama Jubelee Kids, lo annunceremo tra breve, ed è un progetto che invita i bambini, non soltanto italiani, siamo in contatto anche con delle scuole in Sudafrica, in Vietnam, in Estonia, per farli riflettere su come era la vita dei loro coetanei cinquant’anni fa, nel 1970.  Non è un periodo lontanissimo ma per i bambini certamente lo è, quindi devono chiedere ai propri genitori, ai propri nonni, agli insegnanti per capire come si viveva. Certamente non c’erano  i personal computer, non c’erano gli smartphone, si mangiava diversamente, si giocava diversamente, c’era un tessuto sociale familiare e interpersonale.

E poi il secondo step è quello di farli riflettere, su chi vorranno e potranno essere loro fra cinquant’anni, nel 2070, quando saranno adulti, e che tipo di vita potranno vivere i loro propri figli.

E quindi è un po’ una sfida.

Vogliamo raccogliere dei brevi filmati, massimo due minuti da bambini di tutta Italia e tutto il mondo, perché ci siamo resi conto che, per esempio riguardando al 1970, era un anno relativamente prospero per l’Italia, c’era stato il 68 ,il 69, la contestazione, momenti anche di grande fantasia al potere, come sembrava. Però il 1970 in contemporanea in Sudafrica era l‘anno delle maggiori rivolte contro l’Apartheid, c’era la guerra in Vietnam,  in Estonia c’era l’Unione Sovietica e quindi in questi cinquant’anni l’Atlante geopolitico è cambiato molto. Uno può soltanto immaginare o provare a immaginare cosa potrà essere fra cinquant’anni o anche soltanto tra cinque anni. Questo è un esercizio di consapevolezza che credo sia molto utile per tutti a partire dai bambini e ci attendiamo delle sorprese da questi bambini.

MI SEMBRA BELLISSIMA COME IDEA E COME PROGETTO,
NO? E QUINDI MI SEMBRA IMPORTANTE METTERE IN EVIDENZA QUESTO TESSUTO COMUNITARIO IN QUESTO PARTICOLARE MOMENTO STORICO...

Questo tessuto si sta sfilacciando, anche per colpa del COVID, vediamo questa didattica a distanza, vediamo questi bambini fisicamente distanziati e poi c’è questa bruttissima espressione del “distanziamento sociale” che,  in realtà,  dovrebbe essere soltanto un distanziamento fisico ma sta diventando anche un distanziamento sociale. Vediamo questi bambini con i banchi più o meno con o senza le rotelle,  distanti, con la mascherina, è una cosa veramente molto triste.

 

La scuola non è fatta di lezioni, di contenuti, come può avvenire con la didattica a distanza, ma è fatta soprattutto di socialità e anche di gioco;  tra l’altro il nostro progetto JUNECO in cui i bambini giocano in piccoli gruppi sul tema dell’economia e del consumo consapevole, dell’ecologia, in teoria non si potrebbe fare adesso in questa epoca di distanziamento perché i bambini non possono stare insieme, non possono scambiarsi le carte, non possono nemmeno cantare. E la musica è un fattore di educazione alla bellezza, ma anche alle competenze sociali fondamentali. La musica, ce lo dicono le neuroscienze, aiuta a connettere gli emisferi del cervello, quindi la parte creativa e la parte strutturata, ma aiuta anche a connettere le persone. È un linguaggio universale anche se è culturale, e per fare musica, per esempio per stare in un coro, per stare in una orchestra, è fondamentale  saper fare bene la propria parte, quindi saper cantare bene, saper suonare bene il proprio strumento,  ma anche ascoltare, ascoltare intorno vuol dire saper ascoltare e saper fare gruppo perché nessun buon coro, nessuna buona orchestra è fatto da solisti e basta, che non si occupano del  gruppo.

 

Quindi è un qualcosa che è molto molto formativo, ed è veramente uno scempio, uso questa parola, che la musica trovi sempre meno spazio nella scuola italiana, eppure l’Italia è la patria del bel canto, dell’opera, e stiamo perdendo questa tradizione.

 

Faremo dei seminari tematici proprio sul tema dell’arte, della musica e della convivialità grazie all’arte.

CHE COSA AUSPICA LEI ALL’ITALIA, DAL PUNTO DI VISTA DELL’EDUCAZIONE, DOPO CHE CI SAREMO RIPRESI DA QUESTA SITUAZIONE?

Ma, insomma, bisognerà tornare ad abbracciarci anche più di quanto lo abbiamo fatto in passato prima del COVID e si tratterà di rimboccarsi le maniche  e ci sarà sicuramente una crisi economica molto forte, per cui quest’idea delle comunità educanti in realtà dovrebbero educare, dovrebbero connettere, dovrebbero diffondere e creare nuove competenze, non soltanto tra i bambini e i ragazzi, ma anche tra gli insegnanti e le famiglie. E quindi quest’educazione anche all’imprenditorialità, allo spirito di iniziativa, credo sia molto importante ed è una cosa fondamentale per le nostre comunità educanti  e per le scuole e le classi che vediamo attive.

 

Avremo modo, attraverso la WebTV di documentare, sia delle situazioni di disagio, sia dei progetti che dovranno, collettivamente, non soltanto nella scuola, ma come scuola aperta al territorio, rispondere a queste esigenze a questi problemi anche forse a questi gridi di aiuto.

 

Siamo poi interessati, da tempo, alle piccole scuole, e stiamo facendo tra l’altro un accordo con l’INDIRE che è l’ente del Ministero che si occupa di innovazioni didattiche e che ha non soltanto le avanguardie educative con cui già collaboriamo per il service learning ma anche  un filone delle piccole scuole e mia zia Enrica, cui è dedicata la Fondazione, ha insegnato per quarantasette anni in un  piccolo paese della provincia di Pavia che si chiama Albonese, dove c’era la pluriclasse perché non c’erano abbastanza bambini per cinque insegnanti nella scuola elementare, ce n’erano soltanto due, facevano dalla prima alla quarta; per la quinta bisognava andare a piedi a Mortara, a cinque chilometri di distanza, e non c’erano scuolabus all’epoca.

E la scuola elementare era la scuola per la maggior parte della popolazione, che non era madrelingua italiana perché parlavano il dialetto a casa, e queste piccole scuole,  tra l’altro ad Albonese non c’è nemmeno più, vanno con lo Scuolabus a Cilavegna,  e la scuola è un po’ un caposaldo civile del nostro Paese, e in particolare nell’Appenino,  nelle pre Alpi già dagli anni 60’-70’ c’è ’stato uno spopolamento, quindi un riversamento verso i grandi centri o verso il mare, e noi siamo molto attenti a realtà di questo tipo. Ne abbiamo un buon numero, circa metà delle nostre comunità educanti, sono in queste aree periferiche.

Le periferie hanno più bisogno ancora di interconnettersi con i paesi vicini e con i centri un po’ più attivi.

OTTIMO! SEMBRA UNA POSSIBILITA’ DI FUTURO PIENA DI LUCE, DI SPERANZA

Si speriamo che, anche in un ambito europeo, diciamo che se posso dire la mia vita è cambiata dieci anni fa quando ho visto quel bellissimo video che consiglio a tutti di sir Ken Robinson, che purtroppo è mancato qualche settimana fa, che spiegava questo cambiamento dei paradigmi dell’educazione che sono necessari, è un problema di tutto il mondo. Soprattutto dei Paesi sviluppati, dei Paesi che divengono sviluppati, per esempio come l’India.

 

C’è una tendenza a concentrarsi su quello che è misurabile, quindi i test con le crocette, parlavamo della musica, parlavamo dei lapse key, per esempio le quattro “C”: la creatività,  il pensiero critico, la collaborazione, la comunicazione, che non sono testabili con le crocette ma che sono fondamentali per la vita, non soltanto per il successo scolastico.

Ecco, credo che tutti i paesi, certamente tutti i paesi dell’Unione Europea, abbiano questo problema. Ce l’hanno in maniera molto drammatica anche gli Stati Uniti, e a parte alcuni paesi scandinavi come la Finlandia, dove il mestiere dell’insegnante è molto considerato, come lo era il mestiere di maestra ai tempi della maestra Enrica, va ripensata interamente la scuola e quindi nel nostro piccolo la F.E.A. vuole essere un catalizzatore di idee e di energie e anche di risorse economiche, perché stiamo immaginando quando stiamo spendendo in mascherine e in disinfettanti e in banchi con le rotelle, ma per la scuola stiamo spendendo pochissimo sin dagli anni 70’. Dagli anni 80’ stiamo spendendo pochissimo anche in formazione per i docenti.

Noi siamo una agenzia di formazione accreditata dal Miur, facciamo quello che possiamo, ma è importante che questo tema diventi un tema di interesse di tutta l’opinione pubblica ed è questo un po’ la sfida che sta davanti a noi e cercheremo di cogliere al nostro meglio.

MI SEMBRA OTTIMO, E’ UN OTTIMO MODO PER SEMINARE UN FUTURO DIVERSO, UN FUTURO PROMETTENTE

Noi siamo in via Copernico 1, per noi la rivoluzione copernicana che ancora deve avvenire anche all’ interno del Ministero e di mettere il bambino e il ragazzo al centro, non l’insegnante, cosi come il malato deve essere al centro, oppure la persona sana evidentemente che non è ancora malata deve essere al centro del progetto della sanità.

 

E bisogna fare il bene dei bambini e quindi tutti quegli elementi, tutte quelle pigrizie, quelle mancanze di coraggio, quelle mancanze di competenza che ostacolano il futuro dei nostri bambini sono veramente un qualcosa che andrebbe in qualche maniera sanzionata, in ogni caso rimossa.

 

Quindi… VIVA I BAMBINI!